sabato 7 dicembre 2013

La paura

C'era una volta una bimba che aveva paura di tutto e che si rintanava sempre nel suo letto quando le sembrava di non riuscire ad affrontare le cose.

Ma un drammatico giorno il letto si ruppe e la bambina capì che la paura fa male!

martedì 25 giugno 2013

La sibilla imolese

Colta da irrefrenabile sete di canoscenza mi recai nell'antro della sibilla imolese, allo scopo d'investigar sul mio futuro.

Ella invece mi svelò del mio passato, mi illuminò sulla mia natura:

«Maruchèn... sì, perché vi chiamavamo così, vista la provenienza geografica...»

Sibilla: «Non temere, voi siciliani siete sempre stati immigrati, l'avete sempre fatto. Per te l'America non sarà un problema, visto che venite sempre al Nord»
B.: "Appunto mentale: regalare bussola alla Sibilla" «eh sì, siamo sempre stati grandi viaggiatori!»
Sibilla: «No no, avete sempre immigrato»

Sibilla: «L'America poi è più bacchettona di voi siciliani. Perché si sa che voi siciliani siete proprio arretrati», lusinghiera matitata sulla testa, «si sa che siete indietro di secoli»
B.: «Ma cosa sta dicendo, signora?» (in uno slancio di umanità), «ma se abbiamo anche fatto il gay pride».
Sibilla, sgranando gli occhi e aprendo le braccia in arresa, «ma difatti non ci potevo credere! Assurdo!».

L'assurdo, Sibilla mia, è che in barba alla professionalità, per cinque anni lei mi abbia messo da parte riviste strappate e io, sempre con un sorriso, le abbia chiesto la cortesia di poterne scegliere una da cui non mancassero 27 pagine.
Deve aver pensato che ai maruchèn bastassero le figure, visto che (è risaputo) siamo tutti analfabeti.

domenica 30 dicembre 2012

Πάνορμος


Checché se ne dica di questa mia terra natìa, solo qui ritrovo la gaiezza che porta con sé il respiro del mare. Solo qui sento rinnovarsi promesse di gioia e fortuna, palpiti di fiducia nell'avvenire. E mi par strano che i miei occhi trovino la felicità nel posarsi sul disordine caotico di queste genti, mie sorelle.
I popoli avrebbero tanto da imparare dal dolce giuco dell'ottimismo, ché a rivoltar la grama medaglia, si ritrovan inni al coraggio.

domenica 18 novembre 2012

lampadina

Esiste una finestra abbastanza grande da poter contenere tutto il paesaggio di cui i suoi occhi sono affamati?
Non lo sa, ma non si lascia scoraggiare dai limiti imposti dal legno e dalla pietra. Abbatte la finestra con l'immaginazione e segue Lei per la città.
Cerca il suo riflesso sulle pozzanghere piene di foglie rosse e gialle. Sa che prima o poi la ritroverà, è una questione di spazio.
Si affretta a lasciare una traccia di sè per le strade, con istantanee degli stessi dettagli che era stata Lei a fargli notare. Entra nei locali senza prestare attenzione ai volti che lo circondano. Ordina un caffè, poi un bicchiere d'acqua; lascia fredde monete sul bancone, un'isntantanea e fa suo quel sapore amarognolo di temporaneo insuccesso.
Si accorge della pioggia sorprendendo delle goccioline sulle scarpe nere, come i capelli di Lei.
Da qualche parte dovrà pur essere: dentro qualche vestito, qualche scarpa, fuori da qualche pensiero. Illuminata da una particolare lampadina (chissà di che marca), di fronte a qualcuno o a qualcosa.
Non capisce. È tutto pronto da un pezzo: le sue certezze, la sua poltrona, la sua metà dell'armadio, lo spazzolino da denti, il cuore di Lui. Allora dove si è cacciata?
Forse è rimasta coinvolta in un incidente di percorso. Magari si è persa nei suoi pensieri e sta aspettando di ritrovare il filo.
In ogni caso si è fatto tardi. Bisogna rincasare, preparare la cena e guardare la tv.

giovedì 1 novembre 2012

Ficus magnolioide

E improvvisamente sentì pruderle ogni cosa. Una sorta di fastidio per tutto ciò che le ricopriva il corpo. Si tolse gli occhiali, lanciandoli sul tavolo. Come a lavarsi il volto, strofinò le mani sulla pelle. Emise un pesante sospiro e cercò di cacciarvi dentro tutto quello che voleva ignorare di quel giorno.
Ma i suoi problemi erano intatti, protetti dalla loro intangibilità.
La lettera giaceva adesso sotto il peso dei grandi occhiali in osso, continuando a ripeterle quelle frasi nella mente. Erano macchie nere su un foglio bianco, ma avevano avuto il potere di determinare il suo futuro.
Per quello che ci è dato sapere, si trattava di una richiesta che lei non sarebbe stata in grado di accontentare e da questa incapacità sarebbero cambiate molte cose.
Ci voleva aria. Prese la giacca, ma la lasciò ricadere sulla poltrona. Ritornò sui suoi passi e rientrò in cucina. Usò la lettera per risparmiare al marmo ulteriori macchie di caffè e attese che quest'ultimo fosse pronto preparando con lentezza tazzina e piattino.
Si recò alla finestra e fissò insofferente i passanti, gli alberi, le foglie gialle al vento... il caffè!
Ciondolò verso il fornello e spense il fuoco. Mescolò il liquido e ne versò metà nella tazzina. Guardò le sue mani durante tutto il processo. Afferrò il piattino e si diresse verso il pianerottolo.
Si accertò di avere preso le chiavi e uscì dal palazzo. In cinque minuti arrivò al parco e scelse la sua panchina preferita: quella davanti al ficus magnolioide.
Portò la tazzina alle labbra, ma poco prima di bere si accorse del signore che la stava fissando.
Decisa a non permettere a niente di distrarla dai suoi pensieri, si risolse a ignorarlo. Ma questi si alzò dalla panchina e le si avvicinò con fare deciso.
Preparandosi a dover rendere conto della sua decisione spostò la tazzina, ma il signore non le rivolse la parola. Le si sedette accanto e aprì il suo libro, tuffandosi nella lettura.
Le labbra sfiorarono la tazzina e la voce dell'uomo si levò nell'aria, dolce e confortante: “e fu allora che la signora Sharp decise di rincarare la dose, obbligando Murley a fornirle un resoconto più dettagliato della serata...”.
Gli occhi scorrevano sulla pagina, dettando la storia alla donna che, sorridente, prese a sorseggiare il caffè.

lunedì 10 settembre 2012

Si B. n'était pas là

Vorrei poter prendere per mano tutte le persone che hanno fatto, fanno e faranno parte della mia vita; tutti i miei ricordi;  tutti i miei sorrisi; tutte le mie lacrime; tutte le cose che ho fatto di bene, di male, di normale, di pigro, di comico; tutte le cose che farò, che ho detto, che dirò e che tengo dentro; le stagioni; gli sconosciuti che mi sorridono e quelli tristi... e vorrei portarli sul vento, abbracciarli e iniziare a danzare insieme, sorridendo, senza dire una parola.
Vorrei, in quella danza, perdonare tutti. Vorrei ricordare tutto per scriverlo sul vento danzante. 
Vorrei che il tempo non esistesse e che tutto si potesse concentrare in un momento.
Vorrei anche danzare con una B. neonata, poi bambina e poi anziana.
Vorrei che la gente amata non morisse mai.


La musica canta la mia storia. Mi sento fuori dal tempo.
Lui scorre senza sosta... e allora?! Noi danziamo! 
Facciamo l'inchino e ricominciamo da capo.

martedì 26 giugno 2012

B. a lion!

Nella savana selvaggia che è quella cameretta, B. consuma i suoi piedi e i suoi pensieri sopra le maioliche inpolverate e solcate dal suo tragitto.
La bocca stretta, come a voler mandare un bacio gelido, ma indeciso, voltato da una parte e gli occhi persi nel vuoto di quel deserto di polvere sul pavimento. Sente un rumore... forse sono arrivati...
...
resta in attesa di un qualsivoglia indizio chiarificatore: nulla.
"Adesso basta, io vado loro incontro". Fa per voltarsi in cerca delle scarpe; ed è allora che una forte fitta le stringe la testa in una morsa di dolore lancinante. Si accascia al suolo, la polvere la ricopre.
"Dove credi di andare? Maledetta! Tu da qui non ti muovi! Sei in nostro potere e con te non abbiamo ancora finito!"
"FOTTUTE...P... AAAARGH!!"
Paura si fa avanti, algida e scura: "Come osi? Dopo tutto quello che ho fatto per te? Io ti proteggo da un mondo di sofferenza, di incertezze, di dolori ben peggiori di quello che provi tu adesso. Non mi lasci scelta. Non puoi uscire!"
Roventi lacrime di rabbia rigano il volto impolverato di B., che osserva il vuoto da cui Paura ha parlato.
"Per non parlare del fatto che non ne avresti la forza. Ho fatto in modo di renderti inerme. Stupida!". A parlare è Pigrizia. Scandisce le parole lentamente, accarezandosi i morbidi fianchi grassi.
"Se non fosse stato per te, sorella Pigrizia, io non avrei avuto modo di esistere, grazie. In quanto a te, brutta ingrata... grazie a noi tre, hai avuto il tempo di rimuginare sui tuoi errori. Ti abbiamo aiutata a crescere, a trovare lo spazio per te stessa, per i tuoi interessi. È così che ci ripaghi?"
Procrastinazione è seduta alla scrivania, dove continua a strappare i fogli di un calendario e a lanciarli alle sue spalle, non volgendo mai lo sguardo verso B..

"Basta! Siete patetiche!" Sibila B., piegata su se stessa, esausta. "Sapete benissimo di essere fatte di menzogna e oscurità."
Improvvisamente, rumori di passi sulle scale, qualcuno prova ad azionare la maniglia, invano. Diversi colpi spaventosi e poi la porta si schianta sul pavimento.
"Tirati su!". Forza e Coraggio afferrano B., un braccio ciascuno, e la aiutano a rialzarsi. Paura, Pigrizia e Procrastinazione cercano di ribellarsi, ma Coraggio emette un ruggito, mentre Forza colpisce le tre disgrazie in pieno viso, con un solo schiaffo.
Senza più una parola, i tre escono fuori. B. si scrolla di dosso la polvere, offre le braccia a Forza e Coraggio e, a braccetto, sparisce con loro, via da quella cameretta nella sua mente.